sabato 11 aprile 2020

Conte sbugiarda le destre: “Non firmerò senza bond”. Condividete?

EUROPA

- L’unico problema che avrà dopo la sfuriata di ieri sera Giuseppe Conte è portare a casa un risultato europeo. “Non firmerò fino a quando non avrò uno strumento adeguato”, ha detto alludendo chiaramente agli Eurobond. Per il resto, i sassolini tolti dalla scarpa nel suo messaggio agli italiani (in realtà, una conferenza stampa) rilanciano il profilo del presidente del Consiglio (il cui gradimento secondo Ipsos giunge al 67%), compattano la maggioranza (tranne il solito Renzi) e mettono all’angolo Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Sono stati proprio loro a scatenare la reazione del premier. Quando Conte ha visto le accuse di “tradimento” che Lega e Fratelli d’Italia hanno iniziato a far circolare la notte successiva all’accordo dell’Eurogruppo ha deciso che avrebbe reagito: “Quelle falsità non indeboliscono me, ma l’Italia” è stato il suo commento.
Quindi giù botte contro i propalatori di menzogne ricordando che “il Mes non l’ho certamente firmato io” e che “questo governo non lavora con il favore delle tenebre”. Anzi, il premier ha voluto ricordare proprio che il sostegno fu dato dal governo Berlusconi di cui faceva parte come ministra della Gioventù, Giorgia Meloni (Berlusconi istruì il trattato, ma l’approvazione avvenne con il governo Monti).
L’opposizione l’ha ovviamente presa male, protestando per la diretta tv con cui Conte ha potuto lanciare le sue accuse: “È facile per il presidente del Consiglio fare il bullo con la televisione di Stato”, ha commentato Giorgia Meloni definendo l’Italia “più vicina alla Corea del Nord che alla Cina”. Meloni poi ricorda che nel 2012, quando effettivamente il Mes fu approvato dal Parlamento, c’era Monti e non Berlusconi, ma il Pdl, di cui lei faceva parte, sosteneva quel governo e a quella votazione lei stessa fu assente, non votò contro.
L’unico a votare contro, come rivendica orgogliosamente, fu certamente la Lega Nord. Il suo leader si mette sulla stessa posizione di Meloni e insieme fanno l’ennesimo appello a Mattarella affinché tuteli le prerogative delle opposizioni.
Lo scontro con la destra compatta la maggioranza. Gli attestati di sostegno ricevuti da Nicola Zingaretti – “condividiamo fatti e obiettivi del governo” –, Vito Crimi – “sostegno pieno dal M5S” – ma anche dai vari esponenti di LeU non sono mai stati così presenti e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ci ha tenuto a far sapere la sua soddisfazione per la conferenza di Conte che conferma in pieno la linea dell’Italia all’Eurogruppo, la priorità agli Eurobond e il giudizio sul Mes come strumento inadeguato.
Con una conferenza stampa, Conte sgombra il tavolo anche dalle varie ipotesi di unità nazionale, costringe Renzi di nuovo a una posizione più defilata e si mette al centro della scena. Rischiando in prima persona.
Molto chiaro sui punti dello scontro europeo, infatti, ora non avrà più vie d’uscita: “A noi il Mes non serve – ha detto Conte – perché non è adeguato e se abbiamo acconsentito alla eliminazione delle condizionalità per le spese sanitarie è solo perché serve ad altri Paesi europei”. “Il nostro strumento è l’Eurobond” e il punto che Conte tiene a sottolineare è la presenza “nero su bianco” del paragrafo che fa riferimento al Recovery Fund, quello che “può accogliere la prospettiva degli Eurobond”. Quel paragrafo, in effetti, è scritto nel politichese di Bruxelles e può diventare il risultato pieno a cui punta Conte, se sarà finanziato con emissione di bond europei, oppure una disfatta, se rimarrà una scatola vuota. È questo il nodo dello scontro che andrà in atto da qui al Consiglio europeo del 23 aprile sul cui esito Conte si gioca molto del capitale politico accumulato finora.

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