martedì 7 luglio 2020

Il ricorso di Casapound sullo sfratto di via Napoleone III respinto

Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato da Casapound alla Presidenza della Repubblica per bloccare lo sfratto: è legittimo l’atto con cui l’Agenzia del Demanio ha disposto lo sgombero dello stabile occupato dal gruppo di ultradestra all’Esquilino ormai 17 anni fa. Il provvedimento a questo punto va soltanto sostanziato con un’ultima relazione sull’effettivo utilizzo da parte del Miur del palazzo. Poi via con lo sgombero. Spiega oggi Lorenzo D’Albergo su Repubblica Roma:In ballo c’è anche il risarcimento dei danni subiti dal pubblico erario:  il movimento guidato da Gianluca Iannone deve restituire 4.642.363,10 euro. Fino all’ultimo centesimo. La stessa cifra che la Corte dei Conti chiede ai dirigenti del Mef e del Miur che per più di tre lustri non hanno fatto nulla per interrompere l’occupazione. L’ultimo appiglio che resta ai “fascisti del terzo millennio” per non ritrovarsi a che fare con una pioggia di pignoramenti è un ricorso al tribunale civile. Ma torniamo al parere del Consiglio di Stato, a chiedere la riconsegna dell’immobile un anno fa era stato l’allora direttore del Demanio, il prefetto Riccardo Carpino. Il provvedimento notificato il 12 luglio 2019  non lasciava troppi margini di interpretazione: il palazzone alle spalle della stazione Termini va lasciato «libero e vuoto da persone e cose» entro e non oltre 60 giorni. Chiara anche  la nota a margine: senza restituzione volontaria, si sarebbe proceduto allo «sgombero forzoso, con accollo delle spese necessarie per l’esecuzione e per la rimessa in pristino a carico degli occupanti».Il tentativo di CasaPound di bloccarne gli effetti si è risolto in un nulla di fatto. Anche perché la difesa messa in campo dai suoi legali si è dimostrata quantomeno contraddittoria. Prima hanno spiegato che, senza la sospensione del provvedimento, il movimento sarebbe stato esposto a un «danno grave e irreparabile». Poi, facendo un passo di lato perlomeno sorprendente che «nessuna occupazione dell’immobile è da potersi ricondurre all’associazione ricorrente». Affermazioni che, secondo i giudici della prima sezione, cozzano l’una con l’altra.

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