giovedì 23 luglio 2020

Ultim'ora Recovery Fund, una svolta per l’Italia ma non per i gufi della stampa

Sono fermamente convinto che la stampa, così come tutti gli organi di informazione, abbia non solo il diritto, ma il dovere di criticare qualsiasi governo in carica ogni qual volta lo si ritenga necessario. In un mondo ideale, questo andrebbe fatto nel modo più costruttivo possibile e a prescindere dalla linea politica editoriale.
In un mondo meno ideale, scegliere cosa dire e come dirlo in base al proprio credo politico (nel migliore dei casi) o a interessi partito-lobbistici (nel peggiore) è ritenuto tutto sommato fisiologico; a patto che questo non stravolga i fatti (che fatti rimangono), che la critica sia pertinente e, quantomeno, che sia mossa a posteriori rispetto a ciò che si vuole criticare.

In Italia ultimamente tutto ciò non esiste ed è invece sostituito da uno strano gioco che segue delle strane regole:

1) bombardare di critiche il Governo (e Conte) a prescindere dal suo operato;

2) criticare prima che avvengano i fatti o le azioni che si vogliono criticare;

3) criticare quei fatti, non ancora accaduti, o quelle azioni, ancora incompiute, che porterebbero consenso al Governo (e a Conte).

A questo proposito, il negoziato europeo sui fondi per la ripartenza post-Covid è stato un campo da gioco perfetto sul quale sbizzarrirsi. Da parte mia, non volendo essere da meno, mi sono divertito ad archiviare nel tempo i titoloni e i commenti più esilaranti per potervi illustrare meglio come (non) funziona questo strano gioco.

Così ad aprile, dopo che l’Eurogruppo e il Consiglio Europeo accolgono l’iniziativa italo-francese per la creazione di un Recovery Fund e prima ancora che la Commissione formalizzi una proposta, i nostri giornaloni più appassionati danno il via ai giochi primaverili, seguendo fedelmente le tre regole sopracitate.

L’Europa affonda l’Italia” (il Giornale, 10.4); “L’UE ce l’ha Mes in quel posto” (Il Tempo, 10.4); “Esecutivo costretto a ingoiare l’ennesima fregatura dell’Europa” (il Giornale, 24.4); “All’Italia solo i prestiti del Mes” (Il Tempo, 24.4). Tutti col fiato sospeso in attesa dell’imminente tragedia.

Tragedia che si sarebbe dovuta consumare durante i quattro giorni (e le quattro notti) di Consiglio Europeo, dove l’Italia (cioè Conte), al fianco di altri 21 Stati membri, si è dovuta battere contro le resistenze dei Paesi cosiddetti “frugali” per giungere a un accordo che almeno confermasse la proposta della Commissione sul Recovery Fund (750 miliardi complessivi, di cui 170 all’Italia tra sussidi e prestiti).

Ed ecco che i gufi della stampa (italiana) non perdono l’occasione per giocarsi un’altra partita a chi la spara più grossa (contro l’Italia), sperando come al solito che anticipando il fallimento esso si verifichi davvero.

Il bombardamento inizia dal primo giorno di negoziato: “Conte Dracula. In Europa è scontro, rischiamo di restare a secco” (il Giornale, 18.7); “Ue, l’Italia all’angolo” (la Repubblica, 18.7); “L’Europa detesta Conte” (Libero, 18.7). Prosegue il secondo giorno: “Europa, Conte flop” (il Giornale, 19.7); “Conte nel sacco, Italia beffata” (La Verità, 19.7).

Intanto l’Italia riceve sempre più supporto dagli altri leader europei e Conte non sembra arretrare di un millimetro. Si riparte il terzo giorno: “Fondi Ue ridotti per l’Italia” (Il Messaggero, 20.7); “Conte prende schiaffi” (La Verità, 20.7); “Conte con l’Europa sta sbagliando tutto” (Libero, 20.7).

All’alba del quarto giorno, il tragico verdetto: l’ammontare totale dei fondi rimane invariato (750 miliardi); la fetta più cospicua della torta sarà destinata all’Italia (209 miliardi), di cui 82 saranno contributi a fondo perduto (cifra rimasta invariata dalla proposta iniziale) mentre i prestiti aumentano da 90 a 127 miliardi.

In più, niente possibilità di veto da parte di singoli Paesi sulle riforme. E il Mes che ci avrebbero fatto ingoiare con la forza? Niente di più che una semplice alternativa per chi ne fosse (ancora) interessato.


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